Presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti, arriva in sala dal 27 febbraio con Fandango
Diciannove, opera prima di Giovanni Tortorici, è un film fresco e intimo che si fa notare per la sua capacità di esplorare la solitudine e l’incertezza di un giovane alle soglie dell’età adulta. Leonardo, il protagonista, è un ragazzo di 19 anni che intraprende un percorso di crescita segnato da dubbi esistenziali e tentativi di definire la propria identità. Dopo aver lasciato Palermo per Londra, scopre presto che il suo percorso universitario in business non è quello giusto. Si rifugia nella letteratura, ma anche lì il suo cammino non è lineare: si iscrive a Lettere a Siena, ma la sua ricerca di sé lo porta a vivere in una sorta di isolamento, rifiutando le convenzioni e le aspettative degli altri.
Il film cattura perfettamente la frenesia della giovinezza, l’incapacità di orientarsi tra le scelte e la frustrazione che ne deriva. Tortorici, giovane regista già assistente alla regia per Luca Guadagnino in We Are Who We Are, mette in scena una narrazione disordinata, volutamente rapsodica, che riflette l’inquietudine interiore del protagonista. L’uso del montaggio, a tratti anarchico, supportato da un linguaggio visivo che richiama la Nouvelle Vague, crea un senso di confusione e intensità che si sposa perfettamente con il caos mentale di Leonardo. La ricerca di una “zona di vita” diventa, così, un percorso tortuoso di scoperta, oscillante tra il comico e il tragico.
Il tono del film è segnato da una sincerità quasi brutale: il regista evita qualsiasi tentativo di edulcorare la realtà del protagonista. Leonardo, interpretato con una certa disarmante verosimiglianza da Manfredi Marini, è un ragazzo che si muove tra l’autosufficienza e la disperazione, tra il bisogno di riscatto e l’apatia. I dialoghi, spigolosi e spesso assurdi, sono la rappresentazione di un giovane che si racconta attraverso parole che non hanno ancora trovato un vero significato. La sceneggiatura, pur non risparmiando momenti di eccesso stilistico, risulta sempre fedele alla visione di Tortorici, un cinema che respira come il protagonista, senza una precisa forma, ma che riesce a emergere nei suoi momenti di spontaneità.
La ricerca di Leonardo di un’identità sessuale, trattata con un approccio sobrio e senza sensazionalismi, è uno degli aspetti più significativi del film. La sua incertezza in questo campo, così come in quello accademico, è rappresentata senza reticenze, nella sua crudeltà e nel suo fascino incompleto. Non è un percorso verso una risoluzione definitiva, ma un continuo oscillare tra il desiderio e la paura, tra il riconoscimento e il rifiuto di sé. La tensione visiva, a tratti invadente, acuisce questo senso di caos, come se Leonardo fosse intrappolato in un circolo vizioso, incapace di trovare una via d’uscita.
Un’altra caratteristica di Diciannove è il suo senso di tragedia imminente, che non si concretizza mai, ma che permea costantemente la narrazione. Si avverte una pesantezza incombente fin dall’inizio, quando il protagonista, in una scena intensa, perde sangue dal naso, un’immagine che diventa simbolo di un disagio profondo. Eppure, il film non è mai veramente drammatico. Al contrario, riesce a raccontare una storia di disorientamento attraverso sequenze che spaziano dal grottesco al malinconico, senza mai cedere a una forma di narrazione lineare o consolatoria.
Tuttavia, nonostante il suo impegno nella rappresentazione sincera del disagio giovanile, Diciannove inciampa in alcuni momenti più problematici, come il finale che, con una sperimentazione visiva un po’ fuori tono, sembra cercare una conclusione troppo definitiva per un racconto che, per sua natura, è intrinsecamente irrisolto. Nonostante ciò, l’opera di Tortorici ha il merito di cogliere perfettamente l’essenza di un periodo della vita in cui ogni esperienza, ogni incontro, ogni discussione è un pezzo di una realtà che ancora non è chiara. La difficoltà di Leonardo nel relazionarsi con il mondo, la sua solitudine, sono dipinti in maniera cruda ma vera, senza cadere nella trappola del vittimismo o della retorica.
Diciannove non è un film che mira a piacere a tutti, né vuole dare risposte definitive. È un’opera che si immerge nell’incertezza e nella ricerca, proprio come il protagonista. Tortorici riesce a rendere visibile l’inafferrabilità di una generazione che sembra non trovare il proprio posto nel mondo, ma che è capace di esplorare se stessa con una franchezza che difficilmente si vede nel cinema italiano contemporaneo. Il film funziona più come una serie di singoli momenti intensi che come una narrazione coerente, ma è proprio in questa sua discontinuità che si rivela l’autenticità del suo messaggio. Un lavoro che, con i suoi difetti e le sue imperfezioni, è riuscito a ritrarre, seppur in modo anarchico, il caos e la bellezza del divenire adulto.
Maria Grande